L’ALTRAcampana del 16 Settembre

Modello tedesco.  I grandi classici non passano mai di moda… e il modello tedesco non fa eccezione.

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Non stiamo parlando di prêt-à-porter e questa non è una anticipazione della collezione autunno-inverno; ma il loden in questa storia c’entra … eccome. Perchè il giamburrasca fiorentino che tutto doveva rivoltare, sembra proprio che al classicissimo Monti vada ad ispirarsi [qualcuno aveva qualche dubbio? da queste parti, nessuno].

Qualche dubbio però si insinua nelle nostre menti -così pervicacemente prevenute e malfidate …- quando mettiamo a confronto le parole del Premier (che ci invita -l’ultima volta qualche giorno fa- a smetterla di parlare male della Germania perchè “sul lavoro la Germania è un modello“) con quella che è realmente la situazione del mercato tedesco del lavoro.

Per comprendere la situazione, i seguenti due grafici valgono più di mille parole. Entrambi rappresentano l’evoluzione nel tempo dell’indice OCSE di protezione del lavoro: un numero più alto indica maggiore protezione, uno più basso minore protezione. E ripeto: OCSE, non una sediziosa congrega di pericolosi sovversivi.

Il primo di questi grafici riguarda il lavoro regolare, ovvero quello a tempo indeterminato

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Si noti, per quanto riguarda la protezione del lavoro in Italia, la brusca caduta del 2012, corrispondente alla ben nota riforma Fornero; impressiona metterla nella giusta prospettiva, a confronto con il percorso della Germania che, costantemente e dal 1988, si muove in direzione contraria… ma sono io a ricordare male oppure -anche per la riforma del lavoro e dell’articolo 18- ci avevano proprio detto “ce lo chiede l’Europa”?

Il secondo, invece, riguarda i contratti atipici e a tempo determinato

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Visti insieme, i due grafici ci dicono, in parole povere, che il mercato tedesco che -sempre a sentire il nostro Premier- dovremmo assumere a modello, è spaccato in due con

  • il lavoro regolare, più protetto di quello italiano;
  • quello atipico/flessibile, meno protetto di quello italiano.

Può spiegarci,  il nostro signor Premier, come sia possibile -al di là dei giochini retorici- contemporaneamente

  • definire come affetto da “apartheid” il nostro mercato del lavoro [vedi le dichiarazioni di oggi 16 settembre in Parlamento];
  • dichiarare di voler scegliere a modello un sistema -quello tedesco- che è ancora più “divaricato” [come i grafici di cui sopra dimostrano eloquentemente]?

Chiamare tutto questo un insulto alla intelligenza degli elettori è un reato? Dubito.

E aggiungo; visto che si tratta di prenderlo a modello, insomma, e visto che dubito -perfido e malevolo…- che per adeguarci innalzeremo le tutele sul lavoro regolare, può spiegarci il nostro Premier quale parte del Paese esprima il bisogno di rendere ancora più flessibile il nostro mercato del lavoro atipico?

Non credo che riceveremo qualche risposta, forse conviene quindi cercare altrove: non credo siano le risposte che al “nostro” piacerebbe sentire ma, si sa, i fatti hanno la testa dura e prima o poi bisogna farci i conti.

E di questi fatti si occupa l’articolo che trovate a questo link .

Infatti, a fronte della costante e progressiva flessibilizzazione del mercato del lavoro italiano che i grafici ci hanno raccontatoprima di procedere oltre ha senso forse un bilancio, ha senso chiedersi quale sia stato il risultato prodotto, quali siano i fatti che consiglino di proseguire su questa strada o di invertire la rotta. Ed è proprio tale analisi empirica l’oggetto dell’articolo citato; fatti, dunque, tema così poco cool in questi tempi di slides, tweet, gelati e docce di beneficenza a favore di telecamera.

Ne consiglio caldamente la lettura, ma anticipo un paio di conclusioni significative:

“[…] l’occupazione cresce di più laddove la crescita del valore aggiunto è maggiore, e risulta di fatto indipendente dall’incremento del processo di flessibilizzazione del lavoro. Anzi […] la crescente precarizzazione del lavoro ha favorito un processo di sostituzione tra lavoro standard e lavoro non standard.

[…] non esiste una correlazione positiva tra flessibilizzazione del mercato del lavoro e crescita occupazionale, soprattutto giovanile. Nelle fasi recessive, è ravvisabile un rapporto di correlazione inversa: quando l’occupazione cala, l’effetto è quello di aumentare la già esistente flessibilità del lavoro, favorendo contratti ancor più precari e peggiorando le condizioni di vita e di reddito della forza lavoro. […]

Intervenire solo sul lato dell’offerta di lavoro – via aumento della precarietà – non è né condizione necessaria, né men che meno sufficiente, a favorire l’occupazione.

Quest’ultima dipende infatti più dalla domanda di lavoro. Anche se il lavoro costasse zero […], le imprese non assumerebbero comunque, perché la domanda di lavoro non dipende dalle condizioni dell’offerta (anche se precarie e a basso e intermittente reddito) ma dalle prospettive di vendita e di crescita della domanda.

Si può offrire lavoro gratis (pardon, come si dice, oggi: volontario) alle imprese, ma se queste non aumentano la produzione, non accettano neanche il lavoro gratuito.”

Che dire?

Aggiungo solo, tornando al modello tedesco che ha ispirato le nostre riflessioni, che i più coraggiosi possono andare a leggere l’articolo riportato tra i riferimenti; datato 2012 ma purtroppo ancora attuale, spiega davvero per bene cosa sia il mercato tedesco del lavoro. Come dicevamo: i classici non passano mai di moda.

Un caro saluto e buone riflessioni.

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Riferimenti

L’articolo di sintesi sul modello tedesco

Il modello tedesco. Come funziona davvero [Keynesblog]

l’analisi empirica sugli effetti della flessibilizzazione del lavoro in Italia

Le insostenibili leggerezze del job act [Andrea Fumagalli – Economia e Politica]

e i riferimenti sul sito OCSE

OCSE – Serie storiche lavoro regolare [OCSE]

OCSE – Serie storiche lavoro atipico   [OCSE]

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