La scuola di Davide

Difficile iniziare a parlare di scuola in tempi come quelli che stiamo attraversando, nei quali siamo costretti ad assistere ad un attacco quotidiano, strutturale e costante, pericoloso nella sua invisibilità carsica, alla idea stessa di istruzione.

A testimoniare queste preoccupazioni, una immagine – tra mille altre – mi viene alla mente. Nel clou dell’edizione 2014 della ben nota convention renziana della Leopolda (la prima “di governo”), il finanziere Davide Serra, che forse un po’ troppo spesso sente gravare su di sé l’ineludibile responsabilità di esprimere la propria illuminante opinione su argomenti ormai sempre più disparati, ha tenuto a renderci partecipi (oltre che di alcune sue approfondite riflessioni in materia di sciopero, che abbiamo appreso essere un costo e non un diritto) della sua visione in tema di istruzione e di futuro.

Diamo spazio alle parole usate, non credo si possa fare di meglio: “La cultura umanistica ha fatto il suo tempo. Deve diventare cool, figo, diventare matematici. Lo dico sempre ai miei bambini”.

L’istruzione come puro e semplice fattore di produzione, come investimento generatore di PIL; e, forse peggio, la scienza che si riduce a tecnica, separata quindi dalla cultura che diventa scarto del processo di produzione, ferrovecchio di uno stantio passato remoto.

Queste parole, nella loro desolante pochezza, nel vuoto pneumatico che lasciano intuire dietro la facciata di luccicante glamour, sono di rara eloquenza.

La scuola che evocano (niente di molto diverso, peraltro, della versione 2.0 della “scuola delle tre i” -inglese, impresa, informatica- di berlusconiana memoria) è una scuola che cessa di essere strumento di attuazione del disegno democratico tracciato dalla Costituzione –organo costituzionale la definizione coniata da Piero Calamandrei in pagine di rara forza e bellezza- e non è più cittadinanza, né riscatto, né liberazione.

Diventa, invece, strumento micidiale di lotta di classe, quella lotta dall’alto verso il basso, eterna ma sempre nuova e mutevole, che ora si incarna in quella (già combattuta e vinta) dell’1% contro il 99%. Nuova la lotta e nuovo, di conseguenza, l’utilizzo dello strumento-arma scuola; non più, quindi, “ospedale che cura i sani e respinge i malati” come raffigurata dalla potentissima metafora di don Milani, ma pietra tombale a chiudere, per quel 99% di sconfitti, ogni possibilità futura e remota di dubbio, di riflessione, di critica.

È possibile leggere in filigrana nelle parole di Serra e, soprattutto, nel loro essere passate più o meno inosservate, il più classico dei percorsi di conquista che caratterizzano l’avanzata fin qui inarrestabile di quella razionalità neoliberista, assurta a nuova ragione del mondo, che ha conquistato -omologandole – le nostre coscienze di popolo e di cittadini; l’efficienza e la razionalità economica come unica guida e sola morale dell’agire umano, il resto essendo delegato a folcloristico orpello, laddove non, invece, combattuto come pericoloso nemico.

Ma è tutta qui la terribile pericolosità del “mostro mite”, tutta qui la visione del mondo che sorregge un iper-capitalismo alla deriva, primo (forse unico) nemico di se stesso.

Una scuola, dunque, dove la tecnica rimpiazza e, soprattutto, delegittima la conoscenza realizzando quindi, in un colpo solo, l’obiettivo plurimo che chiude la partita; la professionalizzazione di una forza lavoro al servizio di una produttività sempre più esigente (locomotiva lanciata verso il vuoto a velocità sempre più elevata…) e l’annullamento di ogni spinta alla riflessione critica sul presente, premessa di elaborazione creativa del futuro possibile.

Siamo alla negazione letterale della educazione, che non è più ex ducere, atto di creazione che libera l’autonomia e la personalità dell’allievo, perdendo ogni possibile carica di emancipazione e riducendosi a semplice addestramento.

In questo genere di tensioni si inscrive, oggi, il dibattito sulla scuola, terreno di cruciale ri levanza per il futuro stesso delle nostre travagliate democrazie.

Su questo terreno vogliamo addentrarci; e vogliamo iniziare il viaggio in buona compagnia.

Ma, nel farlo, vogliamo che il buon Serra e i suoi sodali sentano da subito il tonfo sordo che li precipita -loro così coolnell’antro buio della condizione sociale premoderna, disvelando l’inganno della loro narrazione tanto seduttiva quanto mendace.

A farci da viatico, quindi, non chiameremo l’ennesimo vecchio arnese di una arcaica sinistra novecentesca, né qualche professorone (così loro si divertono a chiamarli…) riesumato da chissà quale polverosa università del così poco cool sud Europa; ci piace, invece, farci accompagnare da parole di questi giorni, di questa crisi e di questa modernità, che vengono dal cuore degli Stati Uniti e dalla élite dei luoghi di formazione della loro classe dirigente.

È Drew Faust a regalarcele, nel suo ruolo di rettrice dell’Università di Harvard, in un articolo apparso nel settembre 2009 sulle colonne del The New York Times Book Review: lamentando lo scenario di università prigioniere di obiettivi immediati e materiali, e di una istruzione superiore ormai destinata ad essere modellata esclusivamente da logiche di mercato, conclude lanciando un accorato allarme in difesa del modello umanistico e della sua funzione sociale

L’istruzione superiore può offrire agli individui e alle società un’ampiezza e profondità di visione che non esiste nella miope contemplazione del presente. Gli esseri umani hanno bisogno di sentimento, comprensione e prospettiva almeno tanto quanto di lavoro. Il problema non è se, di questi tempi, possiamo permetterci di credere in questi obiettivi, ma se possiamo permetterci di non crederci.

Articolo pubblicato nella rubrica: ScuolaBeneComune

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